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Paul Schwarz

Un resoconto personale della vita - nelle proprie parole.

Paul Schwarz fu dato a contratto dal 1972 al 1976 dall'autorità tutoria, in seguito al divorzio dei genitori, presso degli orribili contadini nel comune di Belp. Quasi incredibile tutto quello che dovette sopportare e vivere. Sebbene di grande intelligenza, veniva trattato come l'ultimo dei servi, gli si lasciava a malapena fare i compiti, cosicché finì la scuola secondaria con voti peggiori di quelli che avrebbe meritato. Dopo l'apprendistato come giardiniere paesaggista, Paul Schwarz emigrò in Canada, lasciandosi alle spalle la brutta infanzia e un amaro ricordo della Svizzera, si mise in proprio e recuperò anche la laurea universitaria mancata.

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Venni al mondo il 30 maggio 1960 all'ospedale distrettuale di Münsingen. Mia madre era sposata in seconde nozze con mio padre. Aveva già tre figlie dal primo marito. Queste erano collocate in istituti o famiglie affidatarie. Così cresci senza fratelli diretti. Mio padre aveva in affitto una fattoria di medie dimensioni nel comune di Berna. Berna era anche il mio comune d'origine. Dal 1967 frequentai la scuola elementare. Il matrimonio dei miei genitori era in crisi da un po' di tempo e nel 1971 divorziarono. Dal 1969 al 1980 fu responsabile di me un tutore ufficiale. Poiché mia madre non era ritenuta in grado di prendersi cura di me, e mio padre come contadino single non era nemmeno in grado di farlo, finii nel Brünnenheim sul Dentenberg, dove frequentavo la scuola interna. I miei genitori potevano venirmi a trovare una volta al mese per qualche ora nell'istituto. Lì l'insegnante di livello medio si adoperò molto affinché potessi sostenere l'esame di ammissione alla scuola secondaria, e lo superai. Dalla primavera all'autunno 1972 frequentai la scuola secondaria a Worb. Poiché abitavo a una distanza considerevole dalla scuola secondaria, dovevano portarmi in auto, il che non sempre funzionava bene. Il direttore dell'istituto disse allora al tutore che non potevano più farlo e che dovevano trovare un altro posto per me. Prima però si voleva vedere se sarei rimasto in seconda media, dato che il primo semestre era solo provvisorio. Superai il periodo di prova e così il tutore mi collocò nell'autunno 1972 presso una coppia di contadini senza figli nel Gürbetal. Da lì potevo andare in bicicletta alla scuola secondaria di Belp. Avevo un buon rapporto con i miei compagni di classe e, sebbene non fossi lì fino alla fine del nono anno scolastico, ricevo ancora oggi gli inviti ai raduni di classe e sono già riuscito a partecipare a due di essi.

I genitori affidatari erano molto severi con me. Dovevo lavorare come un servo. Sveglia alle 5.30, prima la stalla, poi a scuola. Piccoli lavori anche nell'ora di pranzo, di nuovo a scuola, e mai un pomeriggio libero da scuola senza lavoro. Dopo la scuola, in stalla, cena e poi finire in stalla. Alle 20.30 si spegneva sempre la luce, a meno che non ci fosse ancora lavoro tardivo, come ad esempio portare dentro il fieno o la paglia d'estate. Andava così, estate e inverno, domenica e giorni feriali. Anche quando in realtà non c'era lavoro, si badava sempre a che non rimanessi senza. Per esempio, per interi inverni, ogni pomeriggio libero tagliavo con la sega a mano tutta la legna da ardere per noi e per la nonna che abitava al piano superiore, nel vano cantina, e poi la spaccavo con l'ascia. Che la stessa cosa si sarebbe potuta fare con una fresatrice da tavolo in poche ore non era mai in discussione. Non si poteva e non si voleva certo darmi il pomeriggio libero!

Naturalmente c'erano anche botte a iosa. Un piccolo esempio: mentre i genitori affidatari facevano il pisolino pomeridiano, i miei «lavoretti dell'ora di pranzo» consistevano nel dar da mangiare al cane, abbeverare i tre cavalli – poiché nella stalla non c'erano abbeveratoi automatici –, pulire dietro alle mucche, ai bovini e ai vitelli e spazzare il cortile inferiore. Una volta la madre andò alle stalle inferiori poco dopo che ero risalito verso casa. Sfortuna volle che il cane nel frattempo avesse lasciato un piccolo «regalo». Lei ritenne che fosse di nuovo la dimostrazione che ero troppo pigro per tenere le cose pulite. Mi chiamò subito. Quando fui lì, mi prese per i capelli, mi spinse la faccia negli escrementi del cane e con la mano libera mi picchiò. Per fortuna un vicino che passava in bicicletta e vide come mi maltrattava le gridò qualcosa, mettendo così fine a tutto.

Naturalmente ero sempre colpevole di tutto e facevo sempre tutto sbagliato. Botte quando gli stivali di gomma si rompevano, botte quando la scopa di saggina era consumata in modo troppo unilaterale, botte quando mettevo le fascine per accendere nel camino di legna dalla parte anteriore anziché togliere il piano del fornello e infilarle dall'alto, botte quando i cavalli dopo la spazzolata brillavano troppo poco, e così via.

Il supplizio preferito dalla contadina era afferrarmi per i capelli e scuotermi avanti e indietro. Ciò aveva però la conseguenza di strapparmi i capelli a ciocche. Mi capitò anche che i miei compagni di classe mi canzonassero per questo. «Stai già diventando calvo?» mi chiedevano. Dato che mancavano così tanti capelli sulla mia testa, in alcuni punti si vedeva a volte fino al cuoio capelluto. Anche il parrucchiere guardò a lungo la mia testa una volta, poi chiese a un collega, perché credeva che avessi la rogna. Poiché a volte veniva strappato anche un po' di cuoio capelluto insieme ai capelli, si formavano poi delle croste di sangue. La contadina si serviva anche volentieri dello scudiscio su di me. Mentre mi teneva con la mano sinistra per i capelli, perché non potessi fuggire, con la destra me lo faceva fischiare sul sedere. Dopo, naturalmente, la pelle sul mio sedere era sempre piena di lividi e striature, e a volte la pelle si lacerava addirittura. Era poi sempre un problema dover nascondere queste striature durante la ginnastica. Fare la doccia era quindi escluso, e solo una volta un compagno di classe me ne parlò.

Il metodo di punizione preferito dal contadino era schiaffeggiarmi. Dovevo sempre mettermi completamente dritto davanti a lui, così poteva colpirmi con tutta la forza. Se cercavo di difendermi o mi scansavo, la procedura veniva ripetuta, finché non era soddisfatto e riteneva che quella fosse stata una bella «sberla».

Una volta al mese, nel fine settimana, potevo andare alternativamente dal padre o dalla madre. Per i miei genitori affidatari, però, mio padre era solo un piccolo contadino da quattro soldi, e mia madre, che aveva avuto a che fare con problemi psichici per tutta la vita e percepiva quindi una rendita AI, non era altro che una pigra sgualdrina. Io, come prodotto di un tale matrimonio, non valevo nulla e professionalmente non avrei potuto diventare nient'altro che, forse, un magnaccia. La contadina era cattolica osservante e originaria della Svizzera centrale; in molte cose vedeva sempre e solo l'aspetto sessuale. Ma era probabilmente lei stessa sessualmente molto repressa, il che, come dovetti constatare in seguito, frustrava enormemente suo marito. Mi accusava sempre di essere un sadico e di farla arrabbiare solo per cattiveria, perché così ne avrei ricavato una soddisfazione sessuale. Cercava poi sempre di cogliermi in flagrante mentre mi masturbavo, irrompeva improvvisamente in bagno, mi strappava la tenda mentre facevo la doccia, o faceva irruzione nella mia stanza a tarda sera e mi strappava le coperte. A dodici anni, da scolari, parlavamo naturalmente già di qualcosa durante la ricreazione, eppure dovevo ancora capire molte cose da un'enciclopedia scolastica. Mi fu minacciato più volte di castrarmi preventivamente, affinché non potessi mettere al mondo figli a mia volta. Col senno di poi, quella minaccia non era certamente seria, ma a quindici anni, dopo aver già vissuto tante cose, non lo sapevo. Riuscivano però con questo a umiliarmi il più possibile, ad amplificare il mio orrore e ad accrescere il mio senso di inferiorità.

A scuola me la cavavo appena. Molto spesso non riuscivo a fare i compiti a casa. Le mie pagelle erano sempre sufficienti, il che mi garantiva la permanenza alla scuola secondaria, ma non erano mai molto buone. Così anche il consulente professionale si meravigliò, dopo aver misurato il mio QI, del perché avessi pagelle così scarse, poiché i bambini con la mia intelligenza di solito finivano al liceo e poi all'università. Cosa che apparve poi anche nel rapporto di tutela due anni dopo.

Nel gennaio 2011 riuscii finalmente a consultare questi atti con l'aiuto dell'associazione «netzwerk verdingt». Vi si trovava, tra l'altro, secondo le dichiarazioni dei genitori affidatari, la citazione del 31 gennaio 1974: «…che è un po' pigro e smemorato. Avrebbero anche spesso difficoltà a spingerlo a fare i compiti.» E del 5 marzo 1976: «è di indole molto chiusa, spesso anche distratta, cosa che i genitori affidatari interpretavano come disonestà e mancanza di volontà.» Dagli atti potei anche leggere che nel 1976 ricevevano 300 franchi al mese di denaro di mantenimento più i premi della cassa malati per me.

Certamente la mia sorte veniva discussa nel vicinato, ma non c'era nessuno che avesse voluto migliorarla. Il contadino era membro di varie associazioni e commissioni, godeva generalmente di buona reputazione; probabilmente non si voleva immischiarsi per un ragazzo a contratto e rischiare un litigio. Ma ricordo tuttavia due episodi. Una volta sentii ancora il fratello della contadina che, durante una visita alla fattoria, litigava con lei e diceva che non era normale come mi trattavano. Poi uscì di casa di corsa, caricò la sua famiglia in macchina e tornò a casa. Per molto tempo dopo non sentimmo più nulla di lui. Un'altra volta un pensionato, un vicino che veniva quasi tutti i giorni da noi a prendere il caffè, vedeva e sentiva molte cose, fece un'osservazione simile. Anche lui non si fece più vedere in casa per molti mesi.

Nell'estate del 1976, una notte, i vitelli scapparono dal pascolo. Ero già a letto quando il contadino tornò da una riunione e se ne accorse. Irruppe furioso nella mia stanza e mi tirò giù dal letto affinché lo aiutassi a catturarli. Naturalmente mi diede la colpa e seguì una gran quantità di botte. Quando poi giacqui di nuovo nel letto, sapevo che non poteva continuare così. Decisi quella stessa notte di scappare, mi vestii, uscii dalla finestra e andai in bicicletta da mio padre. Ma per la paura non mi mostrai a mio padre finché non ricevette una telefonata durante la colazione a Belp. Si recò poi dal tutore d'ufficio e ottenne che il collocamento esterno venisse terminato. Fino alla primavera del 1977 vissi da mio padre in fattoria e da lì frequentai la scuola secondaria di Bümpliz. Per mangiare andavo alternativamente dalle due sorelle di mio padre, che abitavano nelle vicinanze. Nella primavera del 1977 iniziai il mio apprendistato come giardiniere paesaggista. Poiché vari apprendisti svolgevano la loro formazione nella stessa azienda, alloggiavamo in camere di proprietà dell'azienda. Vitto e alloggio venivano addebitati e ricevevamo un piccolo salario da apprendista. I fine settimana li trascorrevo sempre da mio padre. Dopo l'apprendistato lavorai ancora nel mestiere nel 1980, prima e dopo la scuola reclute, per guadagnare qualcosa. Nel 1981 volai in Nord America e visitai un contadino svizzero in Manitoba, Canada, il cui padre conoscevo dal periodo dell'apprendistato. Lo aiutai prima nella semina del grano e poi in autunno nel raccolto. In estate e nell'inverno successivo viaggiai attraverso il Canada e gli USA. Paese e gente mi piacquero molto. Era una società più aperta di quella svizzera, e vidi una possibilità di voltare le spalle alla mia vecchia vita. Quando tornai in Svizzera nel tardo inverno del 1982, presentai immediatamente la domanda di immigrazione all'ambasciata canadese. Nell'estate del 1982 emigrai definitivamente in Canada. Nel 1985 fondai una mia azienda di giardinaggio in Manitoba, che gestisco ancora oggi. Nel 1992 mi sposai, nel 1993 avemmo una figlia e nel 1996 un figlio. Poiché da noi in inverno fa un freddo pungente e il giardinaggio diventa impossibile, lavoro come maestro di sci in un piccolo comprensorio sciistico nelle vicinanze.

Alle poche persone a cui da allora ho raccontato della mia vita viene sempre la stessa domanda: «Perché non l'hai mai detto a nessuno?» Una domanda che mi pongo anch'io oggi. Se posso fare un paragone, è quello di un cane maltrattato che è stato tutta la vita alla catena. Poiché non può scappare e il suo spirito combattivo gli è già stato tolto a bastonate da cucciolo, si rintana il più possibile in un angolo e subisce i colpi gemendo.

Ho sempre voluto in qualche modo andarmene dalla vallata del Gürbetal, e contavo nostalgicamente nella testa giorni, ore, persino minuti e secondi fino alla fine della scuola, quando avrei potuto andare a fare un apprendistato o chissà dove. Ma cercavo anche sempre di essere buono, di lavorare sodo, per non essere tale una delusione per i genitori affidatari. Poi ero sempre arrabbiato con me stesso quando facevo qualcosa di sbagliato. Da questa rabbia nacque un'irascibilità che non ho ancora superato del tutto oggi. Nel profondo della mia anima ho tuttavia amato i genitori affidatari, e cercavo in qualche modo disperatamente di essere amato anche da loro, perché erano gli unici che potevo amare. Il paragone con il cane maltrattato che, nonostante i maltrattamenti, rimane comunque sempre fedele al suo padrone, è appropriato anche qui. È probabilmente anche il motivo per cui sopportai le violenze sessuali del contadino. Un rapporto amorevole con i miei veri genitori, come quello che avevo da piccolo e fino agli otto anni, era da tempo venuto meno, e a causa delle scarse possibilità di visita era quasi impossibile.

Sebbene l'infanzia fosse andata diversamente e loro la descrivessero in modo diverso, riscontrai comunque sentimenti ed esperienze simili nelle biografie degli altri ex fanciulli a contratto della rete «netzwerk verdingt». Che senso di impotenza, quando si è solo un «Bueb» o una «Meitschi» come ragazzo/ragazza a contratto, mentre i figli naturali ricevono dai genitori il «calore del nido», e tu invece resti a mani vuote.

Il contadino è morto nel 1982 per un ictus cerebrale, non aveva ancora cinquant'anni. Lei è deceduta nel 1989 di leucemia. Sono stato sulla loro tomba e ho pronunciato le parole: «Vi perdono», poiché si dice che se non perdoni i tuoi aguzzini, ti maltrattano emotivamente per il resto della tua vita. Nei quattro anni in cui fui dato a contratto lì, però, quanto accadde lasciò troppe cicatrici nella mia anima. Le parole le ho pronunciate, ma so che nel profondo della mia anima il danno causato è troppo grande, difficilmente potrò mai perdonarli del tutto. In questo senso, i maltrattamenti subiti non sono in realtà mai cessati per me fino ad oggi.

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